Il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, è giunto alla sua IV Edizione.
Dall’8 al 19 Novembre 2011 avranno luogo una serie di numerosi appuntamenti che declineranno le tematiche dei Diritti Umani nei modi più articolati e complessivi possibili.
La caratteristica del Festival, nato a Napoli, è di essere fondato su una Rete di Associazioni, realtà sociali e di “movimento”, Cooperative impegnate nei settori sensibili, singole personalità, che lavorano nei vari territori submetropolitani e realtà di quartiere e che intendono costruire e produrre eventi in questa decade. Alcuni di questi eventi si svolgeranno in città nelle Sedi Universitarie (la Federico II e l’Istituto Suor Orsola Benincasa); oltre che in alcuni Scuole Superiori. Particolare rilievo hanno avuto il contributo di una realtà come l’Ospedale Santobono Pausillipon, e una associativa di genitori dei piccoli degenti facenti capo ad esso, che ha costruito un evento molto partecipato come un incontro di calcio: l’aspetto ludico come affermazione di inalienabili Diritti all’assistenza e alla salute; e la giornata “costruita” a Scampia. Lì si è dato vita in vari siti del quartiere ad un’intera e intensa “giornata” sulla “Calabria che resiste e non tace”, contro la ‘Ndrangheta e la passività sociale.
Poi, sempre con questo approccio organizzativo, vi sono stati una serie di eventi “centrali”, fatti di proposte cinematografiche, dibattiti, interviste, mostre nei luoghi dell’ex-Asilo Filangieri di via Scipione Maffei, a ridosso di via San Gregorio Armeno, dove sarà ospitato il Forum delle Culture Napoli 2013. La rassegna cinematografica concorsuale è al Cinema Astra, mentre la serata finale, che, oltre alla premiazione dei film migliori, avrà come tema “Il futuro di un’utopia possibile”, si terrà nel Complesso Monumentale San Lorenzo, Sala “Sisto V”. E’ un programma molto corposo (cfr. il sito: cinenapolidiritti.it; mi soffermerò solo su uno di questi: quello del cibo. Esso è stato affrontato a Portici. Il 9 nov, primo di tre appuntamenti, è stato visto il film Genuino clandestino” di Nicola Angrisano (ITA, 11), cui è seguito un vivace dibattito. Il regista, che, come si sa, non è un singolo filmaker, ma un Collettivo di “cineasti d’assalto”, legato alla Street tv “Insu^ Tv”. Nel film era documentata l’attività di gruppi di Agricoltori che, per scelta culturale, hanno deciso di fare ritorno all’attività primaria del lavoro nei campi. Però rifiutando le logiche del mercato finanziario che hanno strozzato l’agricoltura. L’hanno resa oggi una propaggine passiva del capitale finanziario, senza alcun riferimento al cibo, alla nutrizione e a tutte quelle problematiche planetarie ad esse connesse: come la fame in cui versa un mlrd di esseri umani nel mondo; la simmetrica folle politica dell’approvvigionamento del cibo sulle nostre tavole, di cui si butta via ben il 34%; denutrizione patologica, da un lato; obesità-diabete, dall’altro.
I gruppi di contadini riuniti nei nostri territori nella prassi sociale condivisa della “Ragnatela”, propugnano un rovesciamento radicale della solita prospettiva del produttore che si trova ai margini di una filiera industriale commerciale che porta il cibo al consumatore, considerevolmente aumentato di prezzo; e di cui solo una minima parte va a quello, il più debole della catena.
La “Ragnatela”, che è una forma associativa libera e informale, ma funzionante come una specie di mercatino itinerante, promuove un maggiore avvicinamento del “cliente” al compratore: lo fa diventare parte attiva, consapevole e responsabile del processo produttivo, attraverso lo scambio tra eguali, la “peer-to-peer economy” e la creazione dei “Gruppi d’acquisto solidale”. Da qui scaturisce ciò che essi chiamano la “Certificazione Partecipata”, in cui non è l’ASL di turno a certificare l’igienicità di un prodotto, ma la mutua osservazione e cointeressenza tra venditore e compratore.
E’ chiaro che è una visione culturalmente rivoluzionaria che sovverte i modi tradizionali di approvvigionamento tipo Supermercati; richiede una cognizione complessiva dell’intera organizzazione dello scambio capitalistico. Ha a che fare piuttosto con le note tesi di Serge Latouche sulla “Decrescita”, in cui solo un abbandono della cultura dello sviluppo industriale-consumistico a ogni costo (in primis l’alimentazione) può salvare il nostro Pianeta dal collasso.
GIACOMO LEOPARDI, NOSTRO CONTEMPORANEO.
L'XI Edizione del FestivalFilosofia tenutosi a Modena-Sassuolo-Sarzana dal 16 al 18 settembre '11, diretto dal filosofo e cattedratico Remo Bodei, ha avuto come tema la questione "Cosa è accaduto alla Natura?". E' un tema di stringentissima attualità, perché è ormai idea comunemente recepita, che la natura non è un contenitore amorfo, impassibile e passivo delle nostre gesta. Tralasciando tutti gli importanti contributi, che meriterebbero un'analisi approfondita, come quello di Zygmunt Bauman, c'è da notare che una delle più significative e costanti denotazioni del tema del Festival era "Natura matrigna". Già questa locuzione di per sé, sulla base di ricordi scolastici, richiama fortemente un aspetto essenziale del "pensiero" del poeta Giacomo Leopardi, quella parte che riguardava il cosiddetto (scolasticamente) "Pessimismo Cosmico", in cui il poeta recanatese superava la considerazione positiva della "Natura". Egli, sulla base della lezione illuminista e sociale di J.-J.Rousseau, nella prima fase della sua riflessione, distingueva l'ambiente storico, "teatro" delle trasformazioni apportate dall'uomo, da quello naturale. E affermava che quest'ultimo è "di per sé" portatore dell'istanza di "Felicità", perché essa sarebbe insita nell'armonia e nell'equilibrio che vi osserviamo nell'insieme; ed è un tema che addirittura si è caratterizzato come uno dei valori comuni da realizzare concretamente nel "mettere in pratica" la Filosofia dei Lumi,. E' l'uomo che, per affermare il suo egoismo, la sua brama incontrollabile di possesso, di controllo sulla natura stessa, altera irreparabilmente quest'equilibrio. Questa fase leopardiana è comunemente indicata nella manualistica letteraria come "Pessimismo Storico". Tuttavia, la riflessione filosofica leopardiana approfondisce e discute continuamente tutti quei temi che sono il cuore della sua poesia, confrontandosi con l'esperienza personale, storica e a lui contemporanea: non ne dà una versione dogmatica. In ciò lo "Zibaldone", singolare e ricchissimo "diario di lavoro" intellettuale, vera e propria miniera senza fondo di spunti, intuizioni, spesso geniali, ne è testimone fedele. Egli arriva alla considerazione filosofica più propriamente materialistica, per cui la natura è indifferente, rispetto alle gesta dell'uomo. E', appunto, come una matrigna che, avendo dato i natali ai suoi figli, se ne disinteressa. Non è che sia cattiva: semplicemente obbedisce alle sue leggi. E' un "problema" dell'uomo, comprenderle e accettarle. Però in questo taglio riflessivo si concentra la novità e la profonda attualità del pensiero leopardiano. E' solo la vulgata mistificata dal giudizio di B.Croce, e dei molti suoi seguaci, che hanno impoverito la figura di questo poeta-intellettuale, rendendolo una barzelletta di piagnone insoddisfatto. Giacomo afferma sempre che il rapporto con la Natura c'è ed è articolato, in quanto dobbiamo comprendere seriamente e profondamente, le sue "ragioni": solo così potremo conviverci; altrimenti si fa la fine preconizzata, in chiave sarcastica, ma molto realistica, nel famoso "Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo" (1824), nelle "Operette morali". Lo gnomo, da sottoterra va in superficie, per sapere che fine avessero fatto gli umani: lo chiede a un folletto; questi gli dice che si sono estinti "parte guerreggiando..parte mangiandosi l'un l'altro…parte ammazzandosi..parte…studiando tutte le vie per andare contro la propria natura". Nel mentre si nota che la scomparsa di una specie di abitanti della Terra non è un fatto insolito nella sua storia, come ci testimoniano i molti reperti ossificati, egli continua affermando che "le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove essi credevano che il mondo fosse loro e mantenuto per loro soli…e la terra non sente che le manchi nulla". Leopardi, come dice il filosofo Roberto Esposito, in uno dei contributi al FestivalFilosofia, è un antesignano profetico (come lo era P.P.Pasolini negli anni 70 nella sua polemica contro il consumismo) del superamento dell'ottica antropocentrica nei confronti della Natura. Oggi numerosi pensatori parlano di "Principio-Responsabilità" (Hans Jonas) da adottare verso di lei; collettivamente, tutti: perché periremo o ci salveremo tutti insieme.
MASSINO TROISI: "RICOMINCIO DA...TRENT'ANNI"
Il film "Ricomincio da tre", il primo diretto da Massimo, ha trent’anni. Per ricordarlo l’associazione culturale "La Piccionaia", in collaborazione con l’Assessorato comunale alla Cultura, retto da Antonella Di Nocera, ne ha fatto una festa al Maschio Angioino, venerdi 16 settembre. A fronte di un biglietto di 5euri si è assistito ad un Memorial su questo grande, cui hanno partecipato amici e sodali, che hanno dato un festoso, intelligente e vario contributo di ricordi. C’è stata una presentazione di video, di clips, brani e sequenze scelte da vari film; ma anche di inediti sulla sua vita privata, raccolti e montati, con efficacia, una rispettosa, affettuosa e stimolante visione critica d’insieme, da Maria De Razza. Mentre Giuseppe Borrone, critico, esperto e appassionato del cinema di Troisi, che ne ha avuto l’idea, già proposta con successo nell’ambito del suo Cineforum "storico" al Cinema La Perla, di cui è Direttore Artistico, ha presentato la serata, insieme a Antonio Landolfi, Amedeo Colella. Contestualmente, è stato istituito il Premio "Ricomincio da Napoli", che vuole mettere nella dovuta evidenza le visioni sperimentali e innovative che diano sia uno sguardo "diverso" sulla nostra città, o che esprimano una capacità interpretativa della modernità, attraversata dalla creatività partenopea. E la prima edizione ha visto premiato il film a cui è ispirato lo stesso premio. Scelta che enfatizza ulteriormente il valore dello stesso film, che nel tempo è cresciuto nella memoria collettiva; e ne sottolinea gli aspetti di "lunga durata" braudeliana della sua qualità. Esso si presentò come il "gonfiamento" su pellicola e per 90 minuti, del fare cabarettistico di Troisi. Tuttavia non era così. Troisi, in veste di regista, attore, cosceneggiatore, insieme alla bravissima Anna Pavignano, anche sua compagna nella vita, era già privo della compagnia di Enzo Decaro, che contemporaneamente tentò in proprio un’avventura di autore cinematografico, per poi approdare ad una più sofferta e meritata affermazione come attore, ma insieme a Lello Arena, i due altri della "Smorfia", lo storico gruppo che li lanciò. Fu messo a fuoco nel film un nucleo narrativo-tematico più complesso e consapevole, che poneva in evidenza la profonda modernità della comicità troisiana. Il famoso tormentone "napoletano?", "emigrante?", metteva in luce, sotto le mentite spoglie di una modalità stilistica cabarettistica, il codice espressivo di partenza, un interrogarsi nuovo, in cui la napoletanità era vista come una delle componenti a pieno titolo della modernità. Il piccolo borghese, figlio di impiegatucci, che credono nei miracoli (la mitica irripetibile scena del dialogo col secchio…), implica il distacco critico da quei valori, e l’approdare all’accettazione di una paternità non propria: il colmo per un napoletano tradizionale che dovrebbe nutrirsi di spaghetti e merolismo (dio, onore e mammà). La stessa natura formativa del viaggio, intesa come un conclamato rito di transizione, ci viene suggerita dai due sceneggiatori: però in modo genialmente "altro" e rovesciato, attraverso la gag della citazione di Montaigne sul viaggio, che è rimpallata tra Massimo e Lello. Niente di saccente o auto elogiativo: sembrava una battuta di cabaret tra le altre; ma intanto la tematica è affermata con nitore. I critici, per fortuna non tutti, si fermarono a ciò che Massimo stesso diceva, o non diceva per pudore intellettuale, di sé; e non andarono più nel profondo. La stessa location iniziale del palazzo scarrupato e transennato, doveva mettere sull’avviso sulla valenza realistico-metaforica dei suoi rapporti con la città. Mentre l’ambiente familiare-sociale era descritto con tocchi decisi e chiarissimi, grazie a dialoghi efficaci. Sembrava teatro, mentre invece era finissima scrittura cinematografica. Il film ha trent’anni: ma sono diversi gli autori che ne hanno fatto tesoro. Oltre ad Alessandro Siani, c’è l’autore-attore, anch’egli di San Giorgio a Cremano, Eduardo Tartaglia: la sua è una commedia, tra cinema e teatro, che offre descrizioni psicologiche più sulle mezze tinte. Anch’egli, come Massimo, sa dare attraverso tocchi di comicità irresistibile, spesso in felice "combutta" con l’irresistibile Veronica Mazza (insieme presenti alla Festa), spunti molteplici sul vivere a Napoli.
I FESTIVAL DELLA MENTE (E DEL CUORE)
Nel mese di settembre sono piazzati alcuni degli appuntamenti più stimolanti della vita culturale nazionale. A partire dal Festival del Cinema di Venezia, che, dall’alto dei suoi onorati 68 anni di vita, è un po’ il decano, il papà di tutti. Oggi però l’idea di Festival che si vuole mettere in essere non è più quella corrispondente a quella veneranda di Venezia, diretta dal capace Marco Muller, benché ancora valida, con tutti i suoi limiti. Essa prevede un numero di prodotti presentati ad una Giuria, preferibilmente competente e di prestigio, tra i quali si sceglie il/i vari “winner”, più una serie di eventi collaterali più o meno collegati. Su queste “classiche” coordinate vi sono le innumerevoli varianti locali: la più simpatica per me è quella che caratterizza il Festival del Cinema di Locarno, che si tiene nella prima decade agostana. Lì il clou del Concorso sono le “Proiezioni di Piazza”, che si tengono all’aperto davanti a numeroso pubblico, per lo più free (non di cinefili): ci vuole coraggio a presentare un’anteprima, perché le sue reazioni sono ingestibili. E’ stato invece il Festival della Letteratura di Mantova a rivoluzionare quest’idea; e, contemporaneamente, quella dei concorsi letterari. In questi la struttura era ancor più cattedratica e centralistica: un tizio metteva su un nucleo di esperti, professoroni con occhiali e chili di forfora, che decideva inappellabilmente di libri presentati dalle più potenti e note case editrici, che ne pompavano il ritorno mediatico con trombette e putipù. Poi, recentemente, si è visto che più d’uno di questi Direttori non era tanto insensibile alle languide corruttive occhiate degli editori. Dal 1997, quando è nato, il “Festivaletteratura” di M., sponsorizzato dal Comune, dalla Provincia e dalla Regione Lombardia, si è posto con una scommessa che è risultata vincente. Non c’è Giuria, ma solo un solerte Comitato organizzatore che mette in ampi spazi pubblici -che possono essere piazze, androni di palazzi ecc., possibilmente davanti a bar- il pubblico dei lettori “normali”, cioè non principalmente i critici, gli esperti a vario titolo, in relazione dialogante con gli scrittori. Esso, iniziato il mercoledi 7 settembre si è chiuso domenica 11. Non sono le solite interviste, ma veri e propri dibattiti, coordinati dagli stessi organizzatori, a volte con fuochi di fila critici, più spesso con pacati e serrati approfondimenti originali che scaturiscono dal confronto con gente che il libro l’ha letto davvero, e si aspetta non le solite parole di circostanza, dettate dai press agent editoriali, ma pensieri “pensati”. Gli stessi organizzatori fungono da Direzione Editoriale, cioè scelgono le tematiche e invitano gli stessi autori: ma si avvalgono di numerose, spesso entusiastiche collaborazioni volontarie: soprattutto, ma non solo, giovani lettori e lettrici, italiani e non, che fungono da “esperto collettivo”. Tali collaborazioni sono già alla “seconda generazione”, perché i diventati meno giovani hanno formato i nuovi. Il lavoro precipuo, anzi, di questo infaticabile Comitato, la cui anima è l’editrice e gallerista Marzia Corraini, è di coordinare queste proposte, evitando la sfilata di “soliti noti”, ma puntando su talenti reali, magari non sponsorizzati dalle potenti Case Editrici, che pure sono presenti. Anzi esse, insieme alle meno importanti, ne sono diventati sponsor, perché è un universo di lettori reali; di cui è interessante testare le impressioni dal vivo sulla validità dei nuovi prodotti letterari, ovvero dei loro investimenti. Tenendo conto che si deve declinare qualità letteraria con scelte editoriali che incontrino i gusti, sia pur variegati, dei vari pubblici. Si cita, tra gli altri, l’esempio della venuta della scrittrice Herta Muller, però prima che fosse insignita del Premio Nobel della Letteratura, su consiglio di una di queste volontarie non italiane. Benché su tematiche più articolate e mirate, ma organizzato sulle stesse modalità “partecipate”, è affine al precedente il FestivalFilosofia di Modena, dal 16 al 18 settembre, diretto da Remo Bodei, la cui prima edizione fu nel 2001, all’indomani dell’11Settembre. Tema di quest’anno è il Rapporto con la Natura, la “madre-matrigna di sempre”. A riguardo, a me mi fa incocciare la freva il seguente pensiero: ma perché non farlo da noi? Cosa ci manca? Questo tipo di attività richiede soprattutto un’idea particolare, culturalmente ampia e incisiva, collegata ad invitanti e “usabili”, diffusi spazi urbani e territoriali, che da noi certo non mancano. Allora perché non dare vita, tra Portici-Ercolano-Torre d. Gr.-S.Giorgio a Cr. (il mitico Miglio d’Oro); oppure Somma-Sant’Anastasia e la fascia vesuviana nord, ad una Festival fatto di eventi tematicamente connessi, con al centro storia, filosofia, spettacolo (cinema, teatro, musica ecc.) relativa all’Illuminismo? Il titolo potrebbe essere proprio “Dialoghi dell’Illuminismo”: questa fase storica, già di per sé ricca e complessa, ha visto il manifestarsi in tutta l’area di una vasta e originale cultura; ma anche di concrete pratiche di buon governo; insomma: un passato per il nostro futuro.
STAGIONE CINEMATOGRAFICA 10-11
Con l'Agosto di quest'anno si è conclusa la Stagione cinematografica che è iniziata nel Settembre del 2010. Essa ha avuto un andamento molto particolare: per la prima volta dal 1982 ( yes!) il cinema italiano è schizzato al 42% degli incassi totali, mentre appena l'anno scorso era solo il 22. Sono infatti ben sette, sui primi dieci, i film italiani; e sono italiani tutti i primi quattro. Il primo film"straniero" sta al 5° posto è non nemmeno targato USA, bensì UK :"Harry Potter e i doni della morte-Parte I", mentre la II parte, siccome è ancora in fase di sfruttamento, lo si aggregherà alla stagione attualmente in corso. Qual è il Bilancio? Sicuramente positivo per il cinema italiano; ma anche per il'esercizio cinematografico nel suo complesso, perché avere più di un titolo che"tira", significa maggiore ossigeno finanziario. Sono tutte, e solo, commedie: questo è un dato su cui riflettere; insieme ad un altro molto importante: una più evidente"tv-izzazione" dello spettacolo in sala. E' premiata, segnatamente, la politica strategica della Medusa. La Compagnia, il cui AD è Marco Letta, ha fatto tesoro della politica di sinergia con le tv di Mediaset, cui è legata dalla comune proprietà berlusconiana. Ha individuato quei talenti della comicità televisiva più duttili, che potevano essere in grado di sostenere la lunghezza e la complessità della narrazione cinematografica, raffinando i tempi e i testi, li ha"coltivati", spingendoli al cinema, una volta in possesso dell'idea giusta: è il caso di Checco Zalone; così come anche nell'aver continuato a credere in Aldo, Giovanni e Giacomo; nell'aver puntato sul duo A.Siani-C.Bisio, nel remake del francese"Giù al Nord", diventato, assai felicemente,"Benvenuti al Sud". E' stata questa un'operazione studiata attentamente nei minimi termini, voluta assai fortemente da Letta in persona, che aveva intuito le potenzialità dell'insieme. Mentre risulta irrimediabilmente sconfitta la linea Parenti-DeLaurentiis del cinepattone infarcito di volgarità farsesche: nonostante Chr. De Sica, variamente accoppiato, è un tipo di comicità che non fa più presa; non parliamo poi del floppissimo dello spompato e velleitario"Amici miei. Come tutto ebbe inizio", collocatosi al 51° posto. Il fatto che ci sia la quasi totale prevalenza di film comici è un fatto che allarma molto gli osservatori: il primo film"impegnato" che ha conseguito un qualche risultato è stato l'"Habemus papam" di Nanni Moretti, situato al 32° posto. Effettivamente, le proposte del cinema Usa, benché, come abbiamo visto, perdenti, sono state molto più varie, quanto alla tipologia delle offerte: comici farseschi, accanto a film-commedie raffinate, a film d'azione, e non sono mancati titoli impegnati. Ma è che il cinema italiano è molto più asfittico, perché, tranne la commedia, manca una politica produttiva che investa sui restanti generi narrativi, del tutto trascurati. E mi riferisco ai generi narrativi cosiddetti popolari. Perché solo variando percettibilmente il bouquet dell'offerta, si ha la possibilità di allargare la possibilità di scelta, quindi di sviluppare quella quantità produttiva, da cui più facilmente può formarsi il regista di talento, gli sceneggiatori originali, gli scenografi visionari, i direttori della fotografia creativi. Altrimenti avremo quello iato tipicamente italiano: comicità versus i pochi isolati intellettuali pippaioli che fanno film che nessuno vede. Però, c'è da dire altresì, che molti registi culturalmente interessanti, e che hanno avuto riscontri, sia pur limitati, anche di pubblico, come Ozpeteck, Sorrentino (che alcuni considerano il migliore del cinema italiano), Garrone e altri, hanno presentato i loro film nella stagione precedente a questa di cui parliamo. E comunque anche il problema dei film artistici è spesso collegato alla limitata circuitazione e alla carenza di Sale dedicate: il caso di"Passione", documentario musicale di J. Turturro su Napoli è emblematico. E' circolato poco: ma chi l'ha visto ne è rimasto letteralmente entusiasta. Da segnalare il tonfo del cinema a 3D: la novità si è esaurita. Essa"tira" in presenza di storie che"tirano", altrimenti è un"pacco".
LA TAV & "HARRY POTTER"
Le genti della Val di Susa non vogliono che la linea TAV (Treni ad Alta Velocità), passi "sotto" la loro valle, in un mega tunnel, che dovrebbe mutare radicalmente l’assetto ambientale della zona. Un’opera ingegneristica faraonica che dovrebbe collegare con un passante ferroviario strategico il cosiddetto asse "Est-Ovest" europeo a quello "Nord-Sud", già in fase di realizzazione. Gli abitanti della Valle sono compatti, sostenuti da molti Sindaci e Consigli Comunali dei paesi della zona, nel richiedere pacificamente, ma con molta energia e determinazione, il blocco, almeno temporaneo, dei lavori: tuttavia la loro "immagine" comunicazionale nazionale è debole, se non negativa. Poi c’è stata la presenza dei famigerati Black-Bloc che hanno reso tutt’altro che pacifiche le loro esternazioni di protesta nel mese di giugno scorso. E c’è da dire che sono stati i voti di protesta della Valle, intercettati dai grillini del Movimento 5 Stelle, che hanno fatto la differenza e permesso, alle ultime Regionali, al Cota della Lega di mandare a casa la Governatrice Bresso, del Pd, l’una e l’altro molto tiepidi nei confronti della protesta. Le ragioni dei valligiani sono piuttosto corpose: non solo riguardano le legittime preoccupazioni sull’impatto ambientale futuro, ma la stessa scelta di creare ex novo la linea, quando ce n’è un’altra poco usata, che si potrebbe riutilizzare e riprogrammare in funzione TAV, con investimenti meno onerosi. Ma proprio questo fa paura: meno soldi, più trasparenza; e poi i famosi finanziamenti europei sono meno di un quarto (circa 700mln di €) dell’intero ammontare necessario. Inoltre il tentativo maldestro di infiltrare questi misteriosi Black-Bloc, una specie di multinazionale dei Servizi, usata come manovalanza di provocatori per criminalizzare i movimenti (Genova 2001 docet), ha suscitato sospetti , sta facendo evolvere l’opinione pubblica "a favore" dei valligiani piuttosto che "contro" di essi. E’ stato comunque il labile pretesto per tentare, non riuscendoci, di trasformare la lotta sociale per un Bene Comune (la salvaguardia del territorio), in un banale problema di Ordine Pubblico. Ma è così utopica e insensata la richiesta di quelle genti di essere "ascoltati", quando si sta toccando un fondamentale Diritto Umano che li riguarda, quello di vedere alterato in maniera irreversibile il loro ambiente? E’ certo che la TAV è la manifestazione dell’esatto contrario di ciò che il pensatore Serge Latouche definisce come "cultura della decrescita": l’unica via che permetterà di arrestarci di fronte al baratro della "catastrofe", quando le varie e concomitanti crisi alimentari ed energetiche si avviteranno in un’inestricabile, drammatica situazione di stallo planetario. Così come non c’è dubbio che la TAV la faranno e ce la "faranno piacere": troppo forti e consistenti sono gli interessi finanziario-imprenditoriali in gioco. Ma è proprio il mito della velocità a non convincermi. Questo volere "forzare" le nostre capacità, a tutti i costi, oltre ogni tensione compatibile col nostro essere umani, diventa quasi una vana "corsa" contro il tempo, quasi volessimo "ingannare" la Morte. Mi viene da pensare al "maghetto" Harry Potter, eroe eponimo degli 8 film tratti dalla saga fortunata dei libri di Joanne Kathleen Rowling . Abbiamo assistito, dal 2001 al 2011, all’evoluzione naturale di Harry e dei suoi amici, sia come personaggi che come attori e persone umane. Mentre i loro nemici, Voldemort in particolare, "aspettavano", lì in agguato, sempre uguali: ma la pericolosità è percepita in maniera sempre più consapevole, proprio in funzione del tempo che passava: esso portava, insieme alla "crescita", anche la"difficoltà", la pericolosità del crescere; ma anche la coscienza che il crescere, far "passare il proprio tempo", è il "consumare" quasi gli stessi spazi della propria esistenza in maniera sempre più approfondita. Tal che sono gli stessi spazi (la scuola di Hogwarth) di "prima" dove si consuma in definitiva lo scontro finale, che "apre" alla definitiva trasformazione in uomo. Embé, il passare il nostro tempo in treno, beninteso in condizioni umane, sia esso flash, veloce o lento, non è lo stesso dentro di noi? Non è lo stesso tempo che vi costruisce il suo vitale "spazio"?
"MICHEL PETRUCCIANI-BODY & SOUL"
E’ un documentario su Michel Petrucciani, uno dei giganti mondiali del Jazz. A dispetto delle sue ridottissime dimensione. Per una malattia genetica (l’osteogenesi imperfetta), era alto un metro, e l’ossatura fragilissima; anche per questo, le sue mani normali erano velocissime, e lo rendevano un virtuoso del piano. Compositore e fantasista tra i più eterodossi e free, è uno dei pochissimi europei assurto all’Olimpo del Jazz. Il regista e sceneggiatore è Michael Radford, il coautore di “Il Postino”. E’ un bellissimo film (FRA-ITA-GER, 11), anche per chi non è amante del jazz. Il regista ha scandagliato la ricca e sfaccettata personalità di questo Musicista, cogliendone i numerosi aspetti. In particolare emerge la sua irrefrenabile energia e voglia di vivere. Quasi famelica. Sapendo di essere a tempo, è morto nel 99 a 36 anni, aveva il desiderio, anzi: la frenesia, di assaggiare, godere, sperimentare su di sé tutto. Ha avuto numerose e bellissime donne, tra cui ha folleggiato direi con superficialità affettiva: ha avuto anche un figlio, al quale ha trasmesso la malattia, pur sapendolo. Il punto di vista è unificato grazie al fluido scorrimento del montaggio, curato dal navigato Yves Deschamps, senza tralasciare le ombre: per questo emerge un’umanità ancora più affascinante. Egli rispondeva al destino sviluppando il mostruoso talento naturale, che apparteneva a tutta la famiglia, in modi ossessivi fin dalla più tenera età. Dalla Francia, l’ha portato subito in Usa: solo lì poteva essere educato ed esprimersi a livelli adeguati. A ogni performance corrispondeva un superamento della soglia del dolore fisico, che egli accettava e dava quasi per scontato: addirittura con grazia e semplicità. Il regista non dà alcun spazio alla retorica, o all’enfasi; accompagna con umanità e silenzio il percorso di questo eroe della vita.
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