LA TAV & "HARRY POTTER"

Le genti della Val di Susa non vogliono che la linea TAV (Treni ad Alta Velocità), passi "sotto" la loro valle, in un mega tunnel, che dovrebbe mutare radicalmente l’assetto ambientale della zona. Un’opera ingegneristica faraonica che dovrebbe collegare con un passante ferroviario strategico il cosiddetto asse "Est-Ovest" europeo a quello "Nord-Sud", già in fase di realizzazione. Gli abitanti della Valle sono compatti, sostenuti da molti Sindaci e Consigli Comunali dei paesi della zona, nel richiedere pacificamente, ma con molta energia e determinazione, il blocco, almeno temporaneo, dei lavori: tuttavia la loro "immagine" comunicazionale nazionale è debole, se non negativa. Poi c’è stata la presenza dei famigerati Black-Bloc che hanno reso tutt’altro che pacifiche le loro esternazioni di protesta nel mese di giugno scorso. E c’è da dire che sono stati i voti di protesta della Valle, intercettati dai grillini del Movimento 5 Stelle, che hanno fatto la differenza e permesso, alle ultime Regionali, al Cota della Lega di mandare a casa la Governatrice Bresso, del Pd, l’una e l’altro molto tiepidi nei confronti della protesta. Le ragioni dei valligiani sono piuttosto corpose: non solo riguardano le legittime preoccupazioni sull’impatto ambientale futuro, ma la stessa scelta di creare ex novo la linea, quando ce n’è un’altra poco usata, che si potrebbe riutilizzare e riprogrammare in funzione TAV, con investimenti meno onerosi. Ma proprio questo fa paura: meno soldi, più trasparenza; e poi i famosi finanziamenti europei sono meno di un quarto (circa 700mln di €) dell’intero ammontare necessario. Inoltre il tentativo maldestro di infiltrare questi misteriosi Black-Bloc, una specie di multinazionale dei Servizi, usata come manovalanza di provocatori per criminalizzare i movimenti (Genova 2001 docet), ha suscitato sospetti , sta facendo evolvere l’opinione pubblica "a favore" dei valligiani piuttosto che "contro" di essi. E’ stato comunque  il labile pretesto per tentare, non riuscendoci, di trasformare la lotta sociale per un Bene Comune (la salvaguardia del territorio), in un banale problema di Ordine Pubblico. Ma è così utopica e insensata la richiesta di quelle genti di essere "ascoltati", quando si sta toccando un fondamentale Diritto Umano che li riguarda, quello di vedere alterato in maniera irreversibile il loro ambiente? E’ certo che la TAV è la manifestazione dell’esatto contrario di ciò che il pensatore Serge Latouche definisce come "cultura della decrescita": l’unica via che permetterà di arrestarci di fronte al baratro della "catastrofe", quando le varie e concomitanti crisi alimentari ed energetiche si avviteranno in un’inestricabile, drammatica situazione di stallo planetario. Così come non c’è dubbio che la TAV la faranno e ce la "faranno piacere": troppo forti e consistenti sono gli interessi finanziario-imprenditoriali in gioco. Ma è proprio il mito della velocità a  non convincermi. Questo volere "forzare" le  nostre capacità, a tutti i costi, oltre ogni tensione compatibile col nostro essere umani, diventa quasi una vana "corsa" contro il tempo, quasi volessimo "ingannare" la Morte. Mi viene da pensare al "maghetto" Harry Potter, eroe eponimo degli 8 film tratti dalla saga fortunata dei libri di Joanne Kathleen Rowling . Abbiamo assistito, dal 2001 al 2011, all’evoluzione naturale di Harry e dei suoi amici, sia come personaggi che come attori e persone umane. Mentre i loro nemici, Voldemort in particolare, "aspettavano", lì in agguato, sempre uguali: ma la pericolosità è percepita in maniera sempre più consapevole, proprio in funzione del tempo che passava: esso portava, insieme alla "crescita", anche la"difficoltà", la pericolosità del crescere; ma anche la coscienza che il crescere, far "passare il proprio tempo", è il "consumare" quasi gli stessi spazi della propria esistenza  in maniera sempre più approfondita. Tal che sono gli stessi spazi (la scuola di Hogwarth) di "prima" dove si consuma  in definitiva lo scontro finale, che "apre" alla definitiva trasformazione in uomo. Embé, il passare il nostro tempo in treno, beninteso in condizioni umane, sia esso flash, veloce o lento, non è lo stesso dentro di noi? Non è lo stesso tempo che vi costruisce il suo vitale "spazio"?

"MICHEL PETRUCCIANI-BODY & SOUL"

E’ un documentario su Michel Petrucciani, uno dei giganti mondiali del Jazz. A dispetto delle sue ridottissime dimensione. Per una malattia genetica (l’osteogenesi imperfetta), era alto un metro, e l’ossatura fragilissima; anche per questo, le sue mani normali erano velocissime, e lo rendevano un virtuoso del piano. Compositore e fantasista tra i più eterodossi e free, è uno dei pochissimi europei assurto all’Olimpo del Jazz.  Il regista e sceneggiatore è Michael Radford, il coautore di “Il Postino”. E’ un bellissimo film (FRA-ITA-GER, 11), anche per chi non è amante del jazz. Il regista ha scandagliato la ricca e sfaccettata personalità di questo Musicista, cogliendone i numerosi aspetti. In particolare emerge la sua irrefrenabile energia e voglia di vivere. Quasi famelica. Sapendo di essere a tempo, è morto nel 99 a 36 anni, aveva il desiderio, anzi: la frenesia, di assaggiare, godere, sperimentare su di sé tutto. Ha avuto numerose e bellissime donne, tra cui ha folleggiato direi con superficialità affettiva: ha avuto anche un figlio, al quale ha trasmesso la malattia, pur sapendolo. Il punto di vista è unificato grazie al fluido scorrimento del montaggio, curato dal navigato Yves Deschamps, senza tralasciare le ombre: per questo emerge un’umanità ancora più affascinante. Egli rispondeva al destino sviluppando il mostruoso talento naturale, che apparteneva a tutta la famiglia, in modi ossessivi fin dalla più tenera età. Dalla Francia, l’ha portato subito in Usa: solo lì poteva essere educato ed esprimersi a livelli adeguati. A ogni performance corrispondeva un superamento della soglia del dolore fisico, che egli accettava e dava quasi per scontato: addirittura con grazia e semplicità. Il regista non dà alcun spazio alla retorica, o all’enfasi; accompagna con umanità e silenzio il percorso di questo eroe della vita.

JIM MORRISON, THE DOORS E IL MITO

Il 3 luglio del 1971 si spegneva a Parigi, in un appartamento di Saint Germain, Jim Morrison, cantante, scrittore dei testi delle sue canzoni e front man dei “Doors”. Lì si era rifugiato con la sua fidanzata Pamela Courson, per tenersi lontano dalla realtà americana, dove aveva avuto trascorsi burrascosi per le sue intemperanze. Ma il demone dell’autodistruttività era in agguato: il suo tasso di alcolismo era sempre altissimo, sempre più incontrollabile: e l’ha portato alla morte. Oggi è sepolto al Père Lachaise, il cimitero di Parigi, quasi accanto a Michel Petrucciani, un altro vitalissimo “grande” del jazz, a dispetto delle sue patologiche ridotte dimensioni, e a Chopin. Aveva 27 anni. Nato in Florida in una famiglia agiata e tradizionalista, il padre era alto ufficiale dell’esercito Usa, si era sempre distinto per le sue doti intellettuali e lo spirito ribelle. Lettore onnivoro, ma attento di poesia, era affascinato dai “Poeti Maledetti” dell’800 francese: Rimbaud in particolare; ma anche da William Blake; e scriveva poesie sue. Fu per una lettura di queste a Ray Manzarek, all’UCLA (University of California at Los Angeles), dove studiavano (Ray cinema; Jim letteratura), nel 1965, che venne a Manzarek, che era colto e raffinato musicista di formazione jazz, l’idea di metterle in musica. A questi si associarono Robbie Krieger, chitarrista e John Densmore, batterista; mentre Ray M. suonava l’organo hammond e rimase il “cervello” musicale della band. Il sound fu da subito originale: l’armonia e gli arrangiamenti erano rock-psichedelici, ma davano enorme spazio e attenzione ai testi, che vibravano di forza propria, grazie alla loro bellezza lirica e incisività, ma anche  alla voce di Jim, che era un impasto originale e affascinante di calore e di asprezze; di forza e di dolcezza. Proprio al fine di far aumentare l’impatto della voce al melt, Manzarek, con risoluto spirito innovativo, abolì il basso. Gli assoli strumentali erano ritmati, ma non banalmente “ballabili”, nel senso che si muovevano con un’energia compositiva che aveva molto del jazz. Il loro essere “fuori” da ogni schema musicale, compresi i Beatles, i Rolling Stones o i ritmi della West Coast (Birds, Searchers, Beach Boys ecc), si accompagnava strettamente all’essere “fuori” da ogni schema sociale. Era la più strenua, coraggiosa, nota e coerente forma di opposizione musicale di quegli anni. Essi si posero fino in fondo in un ruolo di contestazione alla cultura ufficiale Usa. Non c’era nemmeno bisogno che lo dicessero esplicitamente: bastava ascoltare con attenzione i loro testi. Del resto il nome,”Doors”, significa porte: e intendevano “le porte della percezione” che si “aprivano” nel mostrare la dimensione ”infinita” dell’umano, secondo un verso di W.Blake. Era l’America del dissenso violentissimo alla guerra in Vietnam, della New Frontier dei Kennedy, di Martin Luther King; ma anche del Black Panther Party” e di Malcom X. In quella che è considerata il capolavoro, la canzone  “The End”, che stava nel loro primo “disco “ (“The Doors”, 67), invitavano a “distruggere” il padre, la figura paterna, e a “violentare” la madre: ovvero di uscire con decisione e dura, provocatoria consapevolezza dagli steccati dell’organizzazione della famiglia e della società tradizionale, dei suoi valori distruttivi e ipocriti. Non a caso Francis Ford Coppola la pose a chiusura del “film-mondo” “Apocalypse Now” (79): tale, perché anch’esso non solo “chiude” il decennio, ma lo interpreta in modo definitivo: gli dà un “orizzonte di senso”, basato sulla follia che ritorceva in negativo, nella politica e nella società Usa, ogni valore che magari precedentemente aveva avuto una funzione costruttiva. Le note scandite sui titoli del film, avevano una potenza incoercibile di evocatività, figurativa e tematica. I “Doors” non sopravvissero a Jim: era costui, pur con tutte le sue incontrollabili crisi ed escandescenze, l’anima del gruppo, come Manzarek era il cervello. Eppure, a distanza di decenni, continuano a vendere. Segno che l’anima profonda della loro ispirazione continua a palpitare; il loro cuore ad essere contemporaneo. E anche l’uscita del documentario “When you’re strange” di Tom Dicillo, è testimonianza della loro vitalità.